Charlie Hebdo o la libertà

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Ilya U. Topper

@ilyatopper

Periodista (Almería, 1972). Vive en Estambul, donde trabaja para la Agencia Efe.

Publicado el 7 Gen 2015

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Mi trovo a scrivere senza sapere se la mia amica Zineb è viva o morta. Zineb El Rhazoui lavora per il giornale Charlie Hebdo e non so se era in redazione o no oggi a mezzogiorno quando due tiratori hanno iniziato a sparare. Dicono che ci sono dieci morti tra i giornalisti, oltre a due poliziotti. Avete visto le immagini.

Non so se Zineb è viva, e non so nemmeno chi rivendicherà l’attentato. Naturalmente la stampa già ha ricordato nel titolo che la rivista satirica francese Charlie Hebdo ha pubblicato le caricature danesi di Maometto nel 2008 e non ci sono dubbi sul fatto che il massacro sia la punizione per questa sfrontatezza. Le caricature danesi sono il meno, naturalmente: Charlie Hebdo ha continuato sulla sua strada, settimana dopo settimana, denunciando l’integralismo di tutti i colori, come dicono i francesi. Con lo speciale sulla vita di Maometto, disegnato dal direttore Stéphane Charbonnier, Charb, con il testo di Zineb. Charb è morto.

Gli jihadisti di oggi si comportano tutti come mercenari per denigrare l’Islam

Si: le copertine di Charlie Hebdo che mostravano Maometto o vari fantocci che parlavano in suo nome, come l’ISIL, erano quelle che facevano più scalpore. Quelle che denunciavano la politica d’Israele o quelle che ridicolizzavano il Papa o l’alleanza oscurantista delle tre religioni monoteiste, passavano inosservate. In pochi parlano del laicismo della rivista, della sua postura irremovibile a favore della libertà, specialmente della libertà oppressa dalle religioni, tutte le religioni.

Certo, è difficile immaginare oggigiorno in Europa –oggi in Europa: è facile in altri posti, altri tempi- un comando di tiratori cristiani. Nemmeno lo è prevedere che il Mossad rivendichi un atto così. È chiaro: è stato un attentato di islamisti.

Islamisti veri o mercenari sotto una falsa bandiera per denigrare l’Islam, questo è qualcosa che impiegheremo molto tempo a sapere. Nemmeno importa molto, perché non c’è più tanta differenza: gli jihadisti di oggi si comportano tutti come mercenari per denigrare l’Islam. È la loro missione e la loro ragione di esistere. Lo ha espresso chiaramente a settembre, nella copertina di Charlie Hebdo, Charb: sotto il titolo “Se Maometto tornasse” si vedeva una figura mascherata vestita di nero, con il coltello sulla gola del profeta.

Charlie Hebdo lo aveva capito perfettamente. Quello che oggi si chiama Islam, quello che si riflette nelle bandiere nere così come nelle verdi, con il credo di Dio e del profeta, in corsivo e grassetto, è un’associazione criminale che ha lo scopo di sradicare la religione della quale ha preso in prestito il nome.

La libertà per la quale è morto Charb, per la quale sono morti i suoi colleghi, è la libertà dei musulmani

Il massacro di Charlie Hebdo non è un episodio di una guerra tra “Islam” e “cultura europea”. La libertà per la quale è morto Charb, per la quale sono morti i suoi colleghi, è la libertà dei musulmani. Sono loro, i musulmani, che vivono sotto la spada dell’oppressione religiosa. L’Europa se ne liberò, a grandi linee, o meglio a poco a poco, dal 1789. Oggi, nella maggior parte dei paesi d’Europa, prenderti gioco della religione che ti hanno assegnato quando sei nato non è più reato.

Charlie Hebdo si sarebbe potuto limitare a deridere il Papa o qualche voce sacra della politica locale, però ha scelto di schierarsi dalla parte degli oppressi, lottare per la libertà dei musulmani.

Si: anche i musulmani, quei milioni di persone che vivono nei così etichettati stati “islamici” e ai quali si assegna questa religione al momento della nascita (come si assegna la religione cristiana a chi nasce in Grecia o Germania, o ebrea a chi nasce in Israele, senza remissione) sono persone che hanno bisogno di libertà. Politica, democratica, di espressione, di religione. Nessun musulmano è libero se non ha potere decisionale sulla propria pratica religiosa. Se vuole mangiare durante il ramadan o no. Se vuole bere alcol o no. Se vuole andare a letto con il proprio amante o no.

Questo è ciò che non capiscono le orde di destra che ultimamente abbondano in Europa e che denunciano le “invasioni” dei loro paesi da parte dei musulmani. Questo gridano al cielo per l’arrivo di “abitudini contrarie alla nostra cultura”, come il velo delle donne. E lo fanno –ho visto ieri la foto di una manifestazione di Pegida, “Patrioti europei contro l’islamizzazione dell’occidente” –spesso con un’enorme croce in mano.

Il messaggio è chiaro: Non vogliamo che i musulmani opprimano le donne qui. Potranno opprimerle quanto vogliono in Marocco, Turchia o Egitto, è un loro diritto. Qui si possono opprimere le donne solo secondo le norme cristiane.

I musulmani, questo è il messaggio, non sono come noi. Noi siamo degni di essere salvati dalle barbarie. Loro no

Questo discorso –leggano, se hanno lo stomaco abbastanza forte, qualunque forum di internet: finisce sempre con “che lo facciano nei loro paesi” – nega chiaramente l’esistenza di diritti umani. Nega che esista una condizione umana, che una donna musulmana si possa sentire oppressa dal velo integrale: mentre lo metta “nel suo paese”, va bene. Perché i musulmani, questo è il messaggio subliminale, non sono come noi. Noi siamo degni di essere salvati dalle barbarie. Loro no.

È un discorso fomentato da chi si nasconde dietro i comandi “dei musulmani”, questa densità di reti di sacerdoti finanziata dall’Arabia Saudita y Quatar e i suoi vicini, che di solito chiamiamo uadi: garantisce pieno potere sulle sue pecorelle, stiano dove stiano, sempre che le si tenga incatenate con il marchio islamico

È chiaro: nessuno potrà diminuire il suo potere con parole come diritti umani o pretese simili. Durante la epoca coloniale si tracciava una linea nella sabbia per decidere da quale lato le varie potenze prendevano oro e avorio. Oggi è il petrolio e le menti umane.

In parole povere, nascosta tra le correzioni politiche che circondano la parola “multiculturalità”, questa è anche la postura generale dei governi europei da più di vent’anni. Con la scusa di “rispettare l’altro” i politici hanno rispettato sempre l’oppressore: a chi vengono dettate le leggi divine per sottomettere la popolazione alle quali ha toccato nascere sotto questa religione. Sotto quello che loro, i dittatori di queste leggi, pensano che debba essere la sua religione.

Charlie Hebdo si è ribellato a questo rispetto per l’oppressore e ha denunciato chiaramente queste leggi divine, a modo suo: ridicolizzandole. Per questo è stato castigato.

Non serve a niente denunciare l’ISIL  se allo stesso tempo si accetta che la hijab è islamica

Però gli spari di Parigi non hanno solo messo fine a dieci penne piene di futuro, ma inaugurano anche le campagne future: patrioti di differenti bandiere e una grande croce si manifesteranno ora con più coraggio che mai contro “i musulmani” che “invadono” l’Europa. Senza ricordare, dopo tutto, che oggi è l’Europa che esporta assassini “islamisti” in Siria e non il contrario.

Di fronte alla condanna generica dell’ “Islam” no mancheranno musulmani sinceri che protesteranno, indignati, contro l’aggressione alla propria religione, rivendicando il diritto a essere musulmani e per identificarsi come tali si allontaneranno dagli “europei”, preda facile per il telepredicatori uadi. Qualcuno continuerà a ripetere: “Non a mio nome” però serviranno alla causa della guerra: a difendere “l’Islam” dai “suoi nemici” si allineeranno dalla parte di chi ha usurpato il nome dell’Islam. Perché non serve a niente denunciare l’ISIL come contrario “all’Islam” se allo stesso tempo si accetta che la hijab è islamica o “insultare il profeta” è un delitto.

Nel bando europeo, la guerra servirà, come dal 2001, come pretesto per ampliare la censura, controllare il cittadino, tagliare la libertà. Darà un grande respiro a Israele: visto che ha fatto della guerra senza pietà contro “i musulmani” la sua ragione di esistere (quella di essere un rifugio per gli ebrei già è superata), un massacro come questo gli darà un respiro per difendere la sua posizione contro i principi dei diritti umani.

Questo non significa che questo massacro sia un attentato di falsa bandiera attribuito agli islamisti, ripeto. Perché la bandiera che oggi chiamiamo islamica ormai è totalmente falsa. La guerra non è tra di loro: è contro di noi. Contro chi chiede libertà. La nostra libertà, quella dei musulmani, di tutti gli umili che non parlano in nome di Dio, quella libertà per la quale sono morti i giornalisti di Charlie Hebdo.

Traduzione: Debora Maria Neri

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2 commenti su “Charlie Hebdo o la libertà

  • Xisco Bernal Tortosa opina:

    Tu comentario me parece más sensato, prudente e inteligente que la burla de cosas y personas que millones de personas consideran sagradas.

  • […] U. Topper (http://2018.msur.es/2015/01/07/charlie-hebdo-libertad/) señala la responsabilidad de los gobiernos occidentales que, manteniendo fuertes relaciones […]

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